domenica, luglio 06, 2008
Le favole della buona notte
 
Copertina libro De Biase Economia della felicitàCi sono alcuni libri che ci illuminano, altri che ci scuotono, altri che ci irritano fino all’inverosimile, altri che ci annoiano a morte. E c’è poi una categoria di libri che lasciano il lettore esattamente dove lo hanno trovato, forse con qualche briciolo di perplessità appena avvertita.

È il caso dell’ultimo libro di Luca De Biase “Economia della felicità”. Dalla blogosfera al valore del dono e oltre” edito da Feltrinelli.
 
Le tesi centrale del libro è che il sistema economico e il sistema dei Media sono in crisi e, così come sta nascendo un nuovo pensiero tra gli economisti di tutto il mondo fondato su un’altra idea dello sviluppo e della felicità, così sta nascendo un nuovo sistema di comunicazione tra le persone legato ai nuovi media, blogosfera in primis. De Biase vede in questi due fenomeni uno stretto collegamento, fondato sull’idea di dono, e impiega 190 pagine per illustrarcelo.
 
Nel farlo passa con disinvoltura dalla critica del PIL alla psicologia di Kahneman, dall’informazionalismo di Castells e Benkler agli studiosi della felicità, dai social network alla crisi dei media tradizionali, dall’epistemologia di Thomas Kuhn alla blogosfera.
Un’operazione di audace sincretismo. Riuscita? Eh, credo proprio di no.
 
Sarà la banalità inaccettabile con cui il tema della Rete e dei nuovi fenomeni emergenti vengono trattati, sarà la quasi totale mancanza di cifre e di fatti (ma non è questo che ci aspettiamo dai giornalisti?), sarà il modo quanto mai impressionistico con cui vengono passate in rassegna le posizioni di teorici dell’altra economia, degli studiosi a vario titolo interessati al tema della globalizzazione, di sociologi, epistemologi e premi Nobel.
 
Fattostà che il discorso di De Biase, lastricato di ottime intenzioni, finisce per rivelarsi poco più di una chiacchiera da bar intorno ad alcune buone letture che ciascuno di noi ha fatto, sta facendo o farà.
 
Il PIL che non basta più a descrivere le nostre vite, lo sviluppo come retorica ambigua, la felicità che torna al centro del dibattito economico mondiale, i fini che contano più dei mezzi, Google che premia sempre i migliori, i blogger come nuovi eroi che arricchiscono la Rete, i media tradizionali in crisi, l’immancabile cluetrain Manifesto, l’irrazionalità dei comportamenti dei consumatori, la ricerca del senso nel nuovo capitalismo, la mano invisibile deve essere regolata…Non manca proprio nulla.
E tutto si chiude in uno sconfortante esempio di neo-conformismo condito da millenarismi francamente fuori luogo. 
 
Tra apocalittici e integrati, De Biase inaugura una terza via: l’apocalitticamente integrato: nel nuovo Mondo che descrive (o meglio che lascia intravedere) non c’è più spazio per i dubbi, e le voci critiche cessano improvvisamente: dimenticato lo strapotere delle grandi Corporation che oggi fanno il bello e il cattivo tempo sulla Rete sulle spalle dei contenuti generati dagli utenti; eclissati sempre più frequenti e imbarazzanti casi di inciuci tra questi stessi giganti e i governi locali assetati di censura; dimenticata la sempre più problematica questione della privacy (e del ben più importante principio di trasparenza asimmetrica, fondamento degli equilibri democratici), da sacrificare senza ombra di esitazione in nome del sacro network; dimenticato il sempre più eclatante digital/cultural divide che impedisce al 99 per centro della popolazione del mondo di partecipare in modo attivo (nel senso di De Biase) alla Rete (e quindi di che cosa stiamo parlando?); dimenticata la situazione, in certi casi imbarazzante di una blogosfera (in special modo italiana) per molti aspetti autocentrata, autocelebrativa, competitiva e poco propensa (altro che economia del dono..) a quel dialogo aperto di cui si vagheggia a piene mani; e, soprattutto, dimenticata la strutturale e ormai dimostrata incapacità della blogosfera stessa di costituirsi come nuovo soggetto di un cambiamento strutturale e di svincolarsi realmente dai media Mainstream.
 
Ma siamo davvero sicuri che la Rete ci salverà dall’egemonia del PIL? L’intenzione del libro è quella di dimostrare che è così, ma quello che esce è piuttosto una specie di favola della buona notte nella quale blogosfera, utenti, economia del dono, terzomondismo, teorici della decrescita, Google e OCSE, Taxisiti di New York e Amazon si tengono per mano ridendo allegramente.
 
Il risultato, lo dico a malincuore e con reale rammarico, è un pane fatto di briciole pescate tra fatti e gli autori tra i più noti del panorama nazionale e internazionale (non li cito per pudore), autori e fatti che qualunque addetto ai lavori conosce per dovere d’ufficio e che persino i non addetti ai lavori hanno in qualche modo masticato. Unico ricordo della matrice giornalistica di De Biase resta lo stile sincopato, quello che usa poche virgole e detesta i due punti per gettarsi. A capofitto. In. Un’orgia. Di punti fermi. Che detto per inciso, è il peggior regalo stilistico che il giornalismo di oggi lascia ai suoi lettori (Ilvo Diamanti docet). Il tutto condito con personalissime perle di saggezza di questo tenore:
 
In una fase di grandi cambiamenti è possibile che la rappresentazione mediatica e l’autorappresentazione della società si allontanino e appaiano sempre meno coerenti. E le domande, i dubbi, le paure, si moltiplicano. Per quanto si cerchino certezze, una questione latente sempre più importante pervade ogni descrizione sociale: che cosa ci accadrà, staremo peggio o meglio, come sarà il futuro?
 
Verrebbe da rispondere: eh, signora mia, che tempi, che tempi…
 
Forse potremmo chiederci quanta lucidità intellettuale siamo disposti a sacrificare sull’altare della promozione, nel nostro Paese, della cultura della Rete e della cultura della decrescita, ma soprattutto fino a che punto questa promozione deve spingersi sul pericoloso crinale della semplificazione e, in definitiva, della predica fuori luogo.
 
Credo che De Biase ci dimostri in modo quanto mai cristallino (e devo dire, nel suo caso, sorprendente) l’esistenza di una nuova “retorica della Rete” che, come tutte le retoriche, racconta una sua storia che si perfeziona nel tempo fino a bastare a se stessa. Non è questo che ci aspettiamo. Né dai maitre a penser né dai giornalisti.
 
È un vero peccato: un’altra occasione sprecata per fare della divulgazione seria nel nostro Paese, una divulgazione, cioè, capace di prendere le distanze dai clichè dominanti, in grado non scadere in vuoti tecnicismi e soprattutto in grado di dare una visione che sappia collegare in modo critico  passato, presente e futuro.
 
In questo caso la mancanza di Franco Carlini si fa sentire. Eccome.
postato da 02068449 | 22:38 | commenti (3)
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martedì, aprile 29, 2008

(Non) notizie da Alcatraz

Mi commuovo sempre quando vengo a sapere qualcosa della mia vecchia azienda, specialmente se c'è anche di mezzo anche la intranet.

In questo caso si tratta piuttosto di una non-notizia, ovvero l'omissione, sulla intranet aziendale, di un qualsiasi riferimento alla recente morte sul lavoro di un collega, Antonio Carlino.

Dice che è per non deprimere il personale. Quello ancora vivo.

 

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venerdì, gennaio 04, 2008

Dada Da-da, Tata Ta-Ta, Dada-dada Da-dà

Ormai è una specie gara a chi la lancia prima (la intranet 2.0) o a chi la spara più grossa (la notizia).
Va beh. insomma, mò è il turno di Dada che, secondo l'autorevole (?!?) Mytech ha "lanciato la intranet 2.0". E come no (si metta in coda, prego... ).

Il nome è nientemeno che Tata 2.0 e lo screenshot è qualcosa che fa onore al miglior giornalismo d'assalto.

 

postato da 02068449 | 18:26 | commenti
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giovedì, dicembre 06, 2007

A piccole dosi

Ogni tanto vado sul fantastico blog della Grande Società di Consulenza, ma solo ogni tanto, perché se dovessi leggere costantemente questo blog passerei rapidamente dalla risata amara al fegato ingrossato per arrivare all'ulcera perforata.

Questo blog denuncia da anni, con ironia e amarezza, l'ingnoranza, la presunzione, la doppiezza, l'egoismo, il pressapochismo, la stupidità, il dilettantismo, la meschinità, la boria e la frustrazione che circolano negli ambienti aziendal/consulenziali (italiani?) e mi fa pensare che se Celine rinascesse probabilmente non si occuperebbe dei sobborghi di Parigi, ma andrebbe dritto dritto a lavorare in un'azienda del terziario avanzato italiano.  

E pensate che sono più o meno tutte storie vere (l'ho chiesto a suo tempo all'autore). 

Quest'ultima, che riguarda la progettazione del sito web del cliente, vale la pena di citarla.

postato da 02068449 | 11:50 | commenti (3)
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lunedì, ottobre 29, 2007

Il link? E che devo fà tutto io?

Metti che uno legge su Repubblica questa notizia, che parla del vortice di spazzatura che infesta un'area poco frequentata del Pacifico.

Se ha un minimo di interesse farà una breve ricerca e troverà che questa cosa è conosciuta e, ad esempio, che Greenpeace fornisce una mappa interattiva del fenomeno e che Wikipedia ha una voce dedicata alla corrente che produce questo vortice disgustoso. Su alcuni blog ci sono anche delle foto, come qui.

Ok, fermiamoci qui. La mia domanda è: che cosa impedisce a un giornalista come Luigi Bignami, autore dell'articolo, di corredare il suo pezzo con questi materiali? Forse dovremmo considerare il suo articolo l'alfa e l'omega dell'informazione? O come un implicito spunto da cui partire per farci - da soli - le nostre ricerche? O come una cosa che Luigi Bignami ha saputo in esclusiva perché si è recato sul posto? 

La cosa mi inquieta un po' perché una delle cose che sentiamo dire (e che diciamo) in giro frequentemente è che quello che distingue il miglior giornalismo online dal giornalismo tradizionale è l'accesso diretto alle fonti e agli approfondimenti: scrivo il pezzo ma ti segnalo anche degli approfondimenti fighi, le fonti online da cui ho tratto la notizia, delle immagini o dei disegni che ho trovato in giro e che mi sembrano interessanti. Certo, mi prendo un impegno verso questi link che metto: ma è proprio per questo motivo che questa è una parte integrante dell'attività editoriale del giornalista, il cui valore si misura, come in ogni brava dinamica di rete, anche dalla qualità di link che segnala. E non è un optional: se sei bravo lo devi fà. O no?

Al di là delle polemiche mi piacerebbe sapere se tutto questo corrisponde ad una precisa policy editoriale (e credo di si) e in base a quale logica è stata redatta. Perché, ragazzi, qui stiamo parlando proprio dell'abc.

In ogni caso, per il momento darei un consiglio a Repubblica.it: di mettere alla fine di ogni articolo un piccolo disclaimer che reciti: "Ti intetressa questa notizia? Cercati pure altro materiale su Google e buona fortuna!."

postato da 02068449 | 17:53 | commenti (2)
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mercoledì, luglio 04, 2007

Il diavolo fa le mensole ma non i pomelli

All'Ikea hanno capito la differenza tra sostanza e interfaccia. All'Ikea hanno capito un sacco di cose. Hanno capito che è possibile avere delle strutture banali e prosaiche (l’armadio Pax, i pensili Vattern..) ma che, aggiungendo una adeguata facciata, si trasformano in qualche cosa di tuo. In quello che hai sempre voluto.

Questa cosa mi spaventa: come avete fatto a capire chi sono? Come avete fatto a capire che il vetro semitrasparente mi fa sentire molto lounge, che i copridivani  intessuti a mano mi fanno sentire amico del terzomondo, che lo specchio ondeggiante mi fa sentire giovane e che i calici di vetro mi fanno sentire intellettuale parigino?

Chi siete? Io non vi ho mai incontrato ma sembra che sappiate tutto di me. Sapete che sono disposto a portarmi i mobili a casa da solo e a montarmeli senza fiatare. Le vostre istruzioni di montaggio sono talmente chiare che le capirebbe un analfabeta della foresta amazzonica. Sapete quanto sono disposto ad aspettare in coda e che dopo tanta fatica non ci starebbe male un panzerotto e una birra.

Mi fate fare una fatica immonda a prelevare da solo le cose dagli scaffali ma riuscite a trasformare tutto questo in un’inebriante avventura. I vostri impiegati sono professionali e cortesi e hanno le risposte prima che io formuli le domande. Non guardano nel computer, ma in una sfera di cristallo dentro la quale ci sono io, ci sei tu, ci siamo tutti.

Ogni cosa è dannatamente al suo posto. Mi date il metro, la matita, il foglietto, mi indicate la strada e le scorciatoie e le mie domande più segrete trovano risposte esplicite e pubbliche in cartelli, etichette, fogli illustrativi. Chi ve le ha dette tutte queste cose? Siete riusciti anche a fare lavorare gli abusivi che ti mettono i mobili in macchina, facendoci sentire tutti più buoni e benefattori. Da voi non si comprano mobili, ma pezzi di sé positivo, ripulito, rilassato.  Alla fine, che lo vogliamo o no, diventiamo persone migliori. Ikea people.

Che io sia giovane, di mezza età, gay, professionista, impiegato, terzomondista, individualista, che viva da solo o con trenta persone, che abbia un monolocale al prenestino o un attico ai Parioli da voi mi sento a casa. Voglio lavorare da voi, voglio fare l’amore che il vostro negozio, voglio sentirmi su, voglio godere ancora e ancora e ancora. Eccomi, sono io.
Sono vostro.

Dicono che il diavolo stia nei dettagli. E l’altro giorno non sapevo come attaccare il pomello  all’anta del bagno. Nessun buco, nessuna fessura preimpostata. Alla fine bisognava trapanare, ma non era indicato bene in che punto.

Niente paura: anche questo minuscolo brivido di libertà, questa frattura nella macchina, questa piccola scelta personale di second’ordine era prevista.

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mercoledì, maggio 02, 2007

Io lavoro. Lavoro e basta

Ok, quando i lettori che mi hanno messo nel loro aggregatore scopriranno che i feed di Splinder sono fermi da due settimane avranno un sacco di cose da leggere (Splinder è veramente mitico, dovrebbe fare una joint Venture con Telecom Italia...)

Comunque, vi segnalo questo articolo di Andrew McCafee, che riflette su questa semplice domanda: le applicazioni di condivisione della conoscenza aziendale, (1.0 o 2.0)  sono una perdita di tempo per gli impiegati?

Ecco l'articolo.

 



La nostra frontiera

Paul Miller parla dei "blog del Vertice", un tema che personalmente sento molto vicino e che credo ci riguardi in modo particolare. Siamo un Paese piramidale, dove le gerarchie aziendali contano molto. Molto. Molto.

Credo quindi che I blog del vertice siano una specie di frontiera per la comunicazione interna nel nostro Paese, molto più che da altre parti.

E credo che in ogni progetto intranet italiano che si rispetti ci dovrebbe essere un "angolino" in cui si dice che in un futuro, prossimo o lontano, questa cosa si farà.

Nel frattempo Paul prova ad elencare alcune regole di base per il blog dell'AD, che sottoscrivo:

1) Posterò argomenti interessanti con regolarità
2) Parlerò in veste di AD, ma anche come semplice collega
3) Permetterò i commenti e risponderò ad essi, anche se sono commenti sui quali  non sono d'accordo (purché ediucati e in accordo con le regole interne)

Aggiungerei altre piccole regolette:

4) Posterò io personalmente, e non una selva di portaborse che firmano le cose per me
5) Parlerò dei nostri successi, ma anche dei nostri insuccessi; metterò in luce la forza della nostra azienda, ma anche i suoi punti di debolezza
6) Dedicherò un piccolo spazio nella mia giornata a leggere personalmente i commenti
7) Mi preoccuparò di concretizzare, quando possibile, le idee che emergeranno nel blog

Ecco l'articolo.

 




mercoledì, aprile 18, 2007

Io lavoravo qui

E quante convention ho contribuito a organizzare in quella sede di Rozzano, quando stavo a Milano...Va beh, ho voltato pagina. Avrò fatto bene? Ancora non l'ho mica capito.

Ma una cosa è certa: sento veramente la mancanza di tutto il succoso gossip che in questo momento i miei colleghi staranno facendo  "da dentro" a proposito di quello che sta succedendo (e tenetemi al corrente, bastaaaaardi....).

  

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giovedì, marzo 29, 2007

Un dignitoso 38° posto

Innovazione ICT: Italia al 38° posto. Va beh, dai, ci possiamo stare. In fondo stiamo meglio delle Barbados.

In ogni caso, secondo il rapporto WEF, a trascinarci così in basso sono gli aspetti legislativi e fiscali. 

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venerdì, marzo 23, 2007

Comunicazione non pervenuta

Leggiamo da questo comunicato stampa: "Sulla INTRANET del Ministero e sul sito www.pubblica.istruzione.it sono disponibili le risposte ai quesiti ad oggi pervenuti."

Questioni aperte: 

"Quesito" è molto diverso da "Domanda"?
"Pervenuto" è molto diverso da "Arrivato"?

Lo so, i puristi di qualunque parrocchia si indignerebbero anche solo per aver osato mettere sullo stesso piano parole con sfumature così diverse tra loro. E del resto è risaputo che nella lingua italiana non esistono sinonimi perfetti.

Nonostante questo nessuno mi può levare dalla testa che, se i testi sono tutti così, leggere la intranet del Minsitero citato deve essere una barba colossale. Certo, il testo magari non farà una grinza, sarà anche giuridicamente "blindato", ma credo che le persone lo avranno abbandonato molto prima di finirlo.

Come dire: l'operazione è riuscita, ma il paziente è morto.

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giovedì, marzo 08, 2007

La mia lezione sul public speaking

 

Ok, sono reduce dalla tre giorni di formazione più frustrante e  surreale che abbia mai vissuto. In un posto sperduto del cacchio, in una sede che sembra un aeroporto tedesco, in mezzo al nulla di nulla, a palare a persone di cui non fregava niente, di niente, di niente, di niente. Ho odiato la mia vita, e ho odiato questo lavoro. Non una domanda, non una richiesta di approfondimento, non un solo sguardo interessato, qualche sbadiglio, qualche raro saluto. Una pena. Un supplizio prolungato. Un'agonia.

 

Sergio_castellitto_caterina_va_in_cittàPerché cacchio sono qui? Quanto manca alla campanella? Quando arriva la merenda? E voi chi siete? E perché devo parlare con voi? Per inciso, ho capito che non avrei mai potuto insegnare alle superiori. Dopo tre giorni di sguardi bassi, persone che si controllavano il cellulare, sguardi nel vuoto, atteggiamenti di sufficienza diffusa mi sarei messo a piangere. E vi assicuro che mi sono fatto un mazzo così. Colpa mia? Certo, ma in ogni caso questi non mi rivedono più di sicuro. Gorge Romero me lo guardo in DVD, grazie.

 

Ad ogni modo prosegue la serie di presentazioni che metto a disposizione dei miei fanz su slideshare. Questa volta parliamo di public speaking. Non è niente di stratorsferico: sono solo i consigli di base un po' riordinati per i miei allievi estemporanei dell'altro giorno (hanno apprezzato? Non hanno apprezzato? Vallo a sapere...)

 

 




martedì, febbraio 27, 2007

Il TG 1 di stasera

L'insegnante (cattiva e precaria) taglia la lingua al bambino. Orrore

I giovani di oggi e le tecnologie che gli fanno male (generazione internet) 

Le giovani star di hollywood guadagnano milioni

Il festival di Sanremo e l'intervista frizzante a Pippo

Ricordatevi di pagare il canone.

Ecco.

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sabato, febbraio 24, 2007

Lettera aperta al redattore di Italia.it

 

Caro redattore di Italia.it

mi rivolgo a te personalmente perché in questi giorni sarai stato certamente sotto pressione.

 

Dicono che questo portale sia costato 45 milioni di euro. Caro Redattore di Italia.it, sono sicuro che solo un’infima parte di questo denaro sarà finito nelle tue tasche, caro redattore, e di questo mi dispiaccio, perché sono sicuro che tu fai il tuo mestiere e sono anche certo che in riunione più di una volta ti sarà venuto da vomitare.

 

Quanto fango, caro redattore, sarai stato costretto ad ingoiare mentre qualcuno diceva "si, wow, l’introduzione con Simil-Pavoarotti", "si, le animazioni in flash in ogni pagina",  "si, il data base degli alberghi", "si, gli spazi della home occupati da sfilate di moda e sci italiano!!!".

 

Caro redattore di Italia.it, che tristezza deve essere stata per te riempire di contenuti top down l’ennesimo portatone turistico mentre ovunque si parla di contenuti generati dagli utenti, di 2.0, di social tagging, di feed RSS, di podcasting, di architettura a faccette.

 

Caro redattore di Italia.it, so che ti rendi perfettamente conto che se sono tedesco e ho un camper e voglio arrivare a Palermo non ci riuscirò tanto facilmente consultando il tuo sito, che se ho un cane o sono gay avrò qualche difficoltà a trovare un agriturismo adatto a me, e che se oltre a dormire voglio anche mangiare è meglio che mi porti la colazione al sacco.

 

Caro Redattore di Italia.it non è certo colpa tua se molti dei contenuti sono lacunosi o vaghi, o se le informazioni sono vecchie e non aggiornate, ma tu capisci che è un problema se molti dei cinema che segnali sono chiusi da anni.

 

Caro redattore, io vedo e, ti assicuro, apprezzo veramente lo sforzo che hai fatto per segnalare tutti gli alberghi possibili e immaginabili sul nostro territorio, ma ti informo che io, personalmente, non mi baso solo sulle stelle dell’hotel per decidere dove dormire, ma guardo ad esempio dove è collocato rispetto al centro città e cerco anche di farmi un’idea di come sono fatte le camere e cerco anche di capire chi c’è dall’altra parte. Caro redattore, io non sono una macchina che fa il filtro nel data-base. E in genere cerco la qualità, e non la quantità.

 

Caro redattore, sono sicuro che anche tu capirai che ho delle difficoltà a percepire la differenza tra “Visita l’Italia”, “Organizza il tuo viaggio” e “Itinerari” E che etichette come “Unesco” dentro la sezione: “Visita l’Italia” potrebbero non dirmi assolutamente nulla sui contenuti che troverò all’interno.

 

Caro redattore, se sono un utente spagnolo e voglio andare a Sarzana a vedere il marcato dell’antiquariato, ma non so che Sarzana si trova in Liguria e in provincia di La Spezia, mi spieghi cortesemente come faccio ad arrivarci?

 

Caro redattore di Italia.it, ma non ti viene il mal di mare a vedere tutta sta roba che si muove sul sito? Perché a me, caro redattore, dopo 5 minuti è venuta un po' di nausea, e te che ci lavori da mesi penso non starai tanto bene.

 

Caro Redattore di Italia.it, ti faccio i miei auguri e ti do la mia sincera solidarietà, anche se ti devo proprio dire che questo sito che avete messo in linea un po’ mi ha offeso e mortificato. E come me tanti altri professionisti che, nel nostro Paese, cercano di portare un po’ di innovazione onestamente, tenendosi aggiornati e cercando di fare quotidianamente un buon lavoro, rispettando gli altri. Gli utenti prima di tutto. A volte ci riusciamo, a volte meno. 

 

In ogno caso, in bocca al lupo per tutto.

 

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venerdì, febbraio 23, 2007

Italia.it

Arrivateci da qui. Proprio da qui ci dovete arrivare, senza sconti. Mentre noi cercheremo in tutti modi di andarcene. Costo: 45 milioni di euro.

Ah che bel vivere, che bel piacere...

p.s. ehm, per gli animi più "accesi" la discussione continua qui...

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giovedì, febbraio 22, 2007

Libri utili e libri inutili

Ecco due liste in ordine sparso di libri (quello delle liste di libri è un mio pallino inestinguibile). Una è quella dei buoni, l’altra è quella dei cattivi.

 

 

I libri che vorrei avere scritto

Lista non ragionata  di libri che consiglio a chiunque si occupi di intranet, content management, scrittura e nuove tecnologie.

 

Jonathan e Lisa Price

Hot text. Scrivere nell’era digitale

Mc Graw Hill

E’ ancora uno dei testi miglior e più completi riguardo alla scrittura “tradizionale” sul web.

 

Tommaso Raso

La scrittura burocratica

Un manuale dotto e chiaro, che mantiene le promesse

 

Cristina Zucchermaglio – Francesca Alby

Tecnologie al lavoro

Laterza

Quando i workplace studies antropologici incontrano le nuove tecnologie. Ottimo per capire come i gruppi danno senso alle tecnologie e non viceversa.

 

Giuseppe Granieri

Blog generation

So che c’è chi detesta quelli che fanno “teoria dei blog”, ma questo è veramente un libro intelligente.

 

Franco Carlini

Parole di carta e di web

Einaudi

Franco Carlini, per me, resta il migliore giornalista e divulgatore di cultura digitale nel nostro Paese. Franco, a quando un nuovo libro?

 

Etienne Wenger

Comunità di pratiche

Cortina

Come direbbe Kuhn, è la nascita di un nuovo paradigma. Indispensabile.

 

Daniel Cohen

I nostri tempi moderni. Dal capitale finanziario al capitale umano.

Einaudi

Il titolo lo penalizza. In poche pagine una sistemazione intelligente e profonda del rapporto tra economia, sapere, occupazione

 

 

Sofia Postai
Web design in pratica

Tecnichenuove
Sofia è sempre brava, anzi bravissima, a spiegare cose complicate in modo chiaro, e a far solo trapelare una profondità  molto maggiore rispetto alle cose di cui scrive.

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I libri che non vorrei avere letto

Ovvero, come le librerie online possano fregarti

 

 

Carla Bertolo

L'interfaccia e il cittadino. Comunicazione pubblica, tra tecniche e riflessività 

Guerini e Associati

Di interfaccia c'è solo quella di bronzo dell'editore e del curatore (pubblicato nella collana @lfanet. Il che è veramente tutto dire. Ma mi faccia il piacere, signora mia...). L’autrice ha citato tutti, da Giddens a Habermas, da Talete all’esistenzialsmo. Sul web riserva 4 righe per dire che tutto questo web, insomma, proprio non la convince. Corbezzoli. Oibò. Acciderbolina.

 

Angelo Roma

In-formare. Tecniche di scrittura per la comunicazione interna

Franco Angeli

E' come disse Fantozzi della corazzata Potemkin…. Complimenti alla casa editrice Franco Angeli, che si distingue sempre nel panorama dei libri pagati dall'autore…

 

Marco Pratellesi

New journalism. Teorie e tecniche del giornalismo multimediale 

Mondadori Bruno

Uscito nel 2004, sembra stato scritto nel 1996. Ambizioso, parte da Adamo ed Eva (e lì si ferma). Sono sicuro che Pratellesi può fare di più.

 

Emilio Carelli

Giornali e giornalisti nella rete

Apogeo

Si, la rete dei fessi che lo leggono...

 

Luca Toschi

Il linguaggio dei nuovi media

Apogeo

C’è poco da dire: è semplicemente inutile. Uno dei saggi, poi, fa un ambizioso e velleitario parallelo tra la costruzione delle pagine web e quella di una sceneggiatura cinematografica. Da morire dal ridere...

 

J. Nielsen

Web usability 2.0

Apogeo

Di 2.0 non c'è neanche l'aroma. In compenso si torma a parlare di frame. Da non crederci.

 

 

Ok, qui mi fermo. Se avete da aggiungere libri alla prima o alla seconda lista, vi prego di farlo, così facciamo anche un servizio ai tanti ggiovani che ci leggono…

:-)

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martedì, gennaio 30, 2007

Il nuovo portal-mondo

Siccome ho smesso di fumare e mi devo tenere impegnato, oggi sono stato qui (ero incuriostito dal roboante titolo:  "Content 2.0 - La gestione dell’informazione, la sfida organizzativa e i modelli evolutivi nell’era del Web 2.0 - rumore di tuoni in lontananza").

E chi non si sarebbe incuriostio con un titolo del genere? (Ma sarò fesso?)

Insomma, mi metto la maschera del giornalista freelance e parto verso il nuovo mondo della gestione ”enterprise” dei contenuti.

E’ stato un viaggio brevissimo. E non solo perché la sede era a centro metri casa mia (se no col cavolo che ci andavo).

La sala era zeppa di superspecialisti incravattati delle maggiori aziende, pronti a illustrarci il nuovo mondo del contenuto digitale e della sua gestione tramite i CMS di nuova generazione. 
  
All'inizio ero a disagio lì in mezzo a tutti questi specialisti del content management; e poi ho anche lasciato il mondo aziendale, e chissà che passi avanti hanno fatto mentre io non c'ero eh...

Ho dovuto ricredermi: affrontare questo tema non è affatto difficile anche se, guardando le slide, sembrerebbe il contrario.

Le slide, come nelle migliori tradizioni consulenziesi, erano illeggibili e piene di schemi a blocchi complicatissimi. Chiunque, di fronte a quelle slide tipo "astronave di Vega" , non può che sentirsi un cretino.  Ma siccome sono abbastanza allenato, sono in grado di fornirvi un modello comune semplificato:

 

Schema_CMS

E poi non dite che questo non è un blog di servizio.

Decine di slide par raccontare le infinite varianti di questo schema. Stavo per svenire sulla sedia.

Eppure avrei dovuto capire tutto fin da quando il secondo relatore ha chiesto se qualcuno conosceva (udite udite) You Tube. Il suo tono era apocalittico: aveva capito che siamo nel mezzo di una rivoluzione.

Poi qualcuno parla di blog. Ehi, dico, la mattinata si anima finalmente. Poi chiede chi tra i presenti ha un blog: zero mani alzate. Chiede se qualcuno legge ogni tanto un blog: p. Pochissime mani alzate.

Ok, da questo capisco che in questa sala si sta veramente facendo la Storia.

Qualcuno parla di 2.0. Un bell’intervento su dati e metadati, una slide tipo astronave di vega per parlare dell’interoperabilità dei vari linguaggi e poi i CSS e l’XML e AJAX e mia nonna in carriola.

Poi fa vedere un esempio di sito costruito con il loro superfico CMS superaccessibile.

Ok, tenetevi, perché il sito è questo.


E con questo la mattinata è finita in bellezza. Mi sembrava di essere nel 1997.
 

E pensare che se non mi spacciavo per giornalista, questa roba me la facevano pagare 1200 euri.
Chiaro?

 

postato da 02068449 | 18:21 | commenti (27)
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venerdì, gennaio 26, 2007

Esperienze estreme di usability

Fantastico...

 

 

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martedì, gennaio 09, 2007

Intranet e la coda lunga

 

Ok, tenetevi perché sto per proporre un metafora per il ruolo della intranet nella comunicazione interna.

 

Credo che molti dei lettori di questo blog (e dei lettori dei blog in generale) sappiano che cos’è la cosiddetta “coda lunga”. Tuttavia, per chi non lo sapesse, la “coda lunga” è una metafora (coiniata dal direttore di Wired nel 2004) per rappresentare  il modo in cui si distribuiscono le vendite in rete di prodotti come libri, CD, film, (e in futuro, chissà).

 

Mentre nella distribuzione tradizionale (ad esempio in una libreria del centro di Roma) il grosso del fatturato è costituito dalla vendita dei libri “da classifica”,  che vengono acquistati dalla grande maggioranza dei consumatori, in internet il grosso del fatturato è costituito dalla vendita dei libri meno noti, acquistati da piccole nicchie di consumatori.

 

L’andamento delle vendite assume quindi una configurazione di questo tipo:

 

coda_lunga

 

 

Insomma, in internet conviene di più vendere poche copie di migliaia di libri di astrofisica, filosofia teoretica, etologia che molte copie dell’ultimo libro di Bruno vespa. Conviene avere a disposizione l'archivio dei libri che parlano di logica modale piuttosto che diecimila copie dell'ultimo best seller di Faletti. Aaaaahh: la rivincita delle nicchie specialistiche sul mass market.

 

I motivi di questa inversone del principio di Pareto sono tanti: in internet non abbiamo il problema della collocazione fisica e quindi vendere 1.000 libri costa lo stesso che venderne 1.000.000. Inoltre in internet c’è una maggiore informazione, e questo spinge la domanda. Infine, in internet vengono meno i vincoli geografici.

 

A dire la verità comicniano a sollevarsi voci critiche su queste ipersemplificazioni, ma il potere delle metafore va oltre la loro conferma empirica. Se no, perché le creeremmo?

 

Ok, tutto bello e arci-risaputo, ma che cosa c’entra con la comunicazione interna?

 

Bene, ora chiedetevi a quante persone arriverete con l’ultima convention. Domandatevi quanti sono veramente interessati al contenuto del vostro house organ. Provate a riflettere su sul numero effettivo di persone che verranno coinvolte nel vostro piano di comunicazione e a chi arriveranno concretamente tutti i soldi del vostro budget annuale. Quanti guarderanno la vostra stramaledetta e costosissima TV interna?

 

E adesso pensate invece a come funziona la comunicazione in intranet. In intranet non avete pochi prodotti informativi che devono arrivare a tutti, ma molti, moltissimi prodotti informativi che arriveranno a pochi. In intranet non catapultate messaggi nella testa della gente, ma mettete a disposizione informazioni che si attivano a partire dal basso.

 

Certo, il “grosso” della vostra comunicazione broadcast lo fate con convention, manifesti patinati, house organ e cose del genere. Certo, in questo modo arrivate a tutte le persone indistintamente , ma per quanto continuiate a proporre il vostro Bruno Vespa interno,. la rete interna è la vostra “coda lunga”.

 

Poche persone alla volta, piccoli gruppi di colleghi si organizzano sulla intranet e danno il via a una comunicazione locale. Ciascuno seleziona, filtra, rilancia le informazioni più pertinenti per la sua attività e per quella della sua comunità. Un mare invisibile di scambi informativi e di comunicazione tra nicchie di colleghi . Non è niente di altisonante, nulla di clamoroso. Non fa rumore ma coinvolge molte più persone per molto più tempo su molti più temi.

 

 

Eccola, la nostra coda lunga.

E’ tutto quello che ci serve.

 

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giovedì, novembre 09, 2006

Giornalisti noi siam, e a casa ritorniam...

Questo me lo ha segnalato Stefano, il vivace tesista che ho aiutato a suo tempo e che ora è un vivace laureato semi-disoccupato. E' interessante perché la dice lunga sul livello di cultura media dei nostri giornalisti (purtroppo, a quanto sembra, anche di quelli specialistici). Leggiamo da Repubblica un articolo di Gabriele di Matteo, da cui riporto un gustoso estratto:

Marco Testa, presidente di Assocomunciazione, tira fuori una teoria di grande effetto: "I mercati sono conversazioni, quindi Intenet è il media più moderno in assoluto [...]"

E bravo Gabriele. Proprio di grande effetto questa teoria. Chissà come gli è venuta in mente al Marco Testa eh...

 

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giovedì, luglio 13, 2006

un consiglio. a. Ilvo

Colgo al balzo un suggerimento di una mia allieva. Per scrivere una cosa a Ilvo. Diamanti. Non so se lo conoscete. E' un editorialista di Repubblica. Molto noto. Io lo stimo. E' un figo. Sono spesso d'accordo con lui. Ma. Ilvo ha un problema. E il problema è questo.  A Ilvo non gli hanno spiegato che non esiste solo il punto. La punteggiatura è fatta. Anche. Di virgole. E. Anche. Di punti e virgole. e anche di altro.

Ilvo. Ti prego. Quando leggo i tuoi editoriali mi viene. Il singhiozzo. Fallo per me. Ilvo. Sforzati. Ce la puoi fare. Grazie.

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giovedì, maggio 18, 2006

Davide batte Golia 1-0

A volte la Storia ci dà torto, a volte ci dà ragione. Io ho lavorato come Intranet manager per anni all’interno di una grande azienda, Alcatraz. In questa azienda non ero l’unico a occuparmi della cosa: C’erano anche tanti altri settori e professionisti, gente con molto potere e molti soldi da spendere. E quando si parla di intranet viene sempre fuori la questione delle piattaforme, ovvero quegli oggetti che servono a gestire i contenuti. Ora, queste volpi dei Dirigenti IT volevano a tutti i costi stupirci con effetti speciali e con nuovi strabilianti oggetti.

Ed ecco che salta fuori la nuova super-piattaforma, chiamiamola “Macigno-costoso”. Ad ogni riunione si partiva magnificando le caratteristiche di Macigno-costoso, la Grande Piattaforma Universale dalla performance strabilianti. Certo, ci volevano 18 server e un team di gestione di 40 persone, ma la piattaforma era ottima. Solo che crashava ogni 4 minuti. Dopo due anni giravano le barzellette come con i carabinieri. Ad ogni riunione erano sempre tutti più incazzati. Specialmente noi, specialmente io, che nel tempo avevo costruito una piattaforma alternativa, chiamiamola “economica-piuma”. Io di piattaforme chiavi-in-mano ne avevo già fatta fuori una e mi sono sempre arrangiato costruendo e facendo costruire degli oggetti su misura.

Certo niente di stravolgente, ma stava su di un solo server e se qualche cosa non funzionava si cambiava e via. Niente: ci voleva Macigno-costoso. E giù a spiegare che noi eravamo dei dilettanti, che le aziende serie usavano piattaforme serie. “Certo”, dicevano, “oggi Macigno-costoso“ ha dei problemi, ma domani avremo l’integrazione universale dei dati. E poi ha molti vantaggi in più. Quali? Non si è mai saputo.

Ma intanto non funzionava neanche a calci nei polmoni, e anche la versione 6.0, quella che doveva risolvere tutto, si è trasformata nell’ennesimo buco nell’acqua. Ma non si poteva dire, perché se no i Dirigenti si arrabbiavano e si intristivano. Tre anni. Tre anni di schermaglie nelle quali mi sono giocato la carriera per dire cose che stavano sotto gli occhi di tutti. Ok, storia passata, io me ne sono andato e voi tenetevi Macigno-costoso.
    
Oggi vengo a sapere che il responsabile IT di Alcatraz (non un pisquano qualunque, ho detto il responsabile IT di un’azienda di 100.000 persone) ha riconosciuto che Macigno-costoso era una cazzata. Sembra che abbia detto: quelli di economica-piuma hanno delle performance migliori e non potremo mai competere: tanto vale che andiamo tutti su economica-piuma abbandonando macigno-pesante.

E tutti i Dirigenti e quadri, nel frattempo, quelli che dicevano cose come “Ma dove vuoi andare oggi, se non hai una cosa come Macigno-costoso” a dargli ragione,  a dire “e beh, ma questa cosa non è accettabile adesso basta non ne possiamo più e così via”. Gli stessi con i quali litigavo all’epoca. Domanda: ma perché abbiamo perso tre anni a litigare? Perché avete speso milioni di euro (milioni) e fatto perdere tempo a decine di persone e reso inefficiente un oggetto che doveva servire a 100.000 colleghi? Qualcuno pagherà per questo?

Va beh, oggi è un grande giorno per me. Ciao

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martedì, marzo 21, 2006

Per un uso sostenibile dello stagista

Cinzia, una delle tante tesiste che ho seguito nel tempo, mi confida che nell'azienda dove sta facendo lo stage (pagato, finalmente) si annoia a morte. Franco, altro neolaureato, mi parla di fotocopie. E altri miei allievi mi ripetono, periodicamente, la stessa solfa. Insomma: abbiamo brillanti laureati pieni di buona volontà che si ritrovano catapultati dal'oggi al domani in un'altra città, parcheggiati davanti ad un PC e nutriti da qualche polveroso organigramma da studiare o da qualche brochure che nessuno si degnerebbe di guardare. Perché?

La domanda è peregrina solo in apparenza: se lo stagista è trattato così, evidentemente, c'è sotto un idea del lavoro che forse va indagata meglio. Forse il lavoro è considerato troppo complesso per un novizo? La persona non conosce bene le procedure? Non vi fidate di chi non ha esperienza "sul campo"? Non scherziamo: forse avete un'idea troppo alta del vostro lavoro e un'idea troppo bassa degli altri. Quanto alle procedure...prima di diventare 'procedure' erano solo delle timide idee: forse però non ve lo ricordate più.

E allora vorrei provare a dare qualche indicazione per trattare meglio questa risorsa che, se ben usata, può dare un grande contributo al nostro lavoro.

1) Lo stagista non ha esperienza, ma proprio per questo è il miglior banco di prova per le nostre idee: ci dirà quello che pensa senza prudenze da quattro soldi e ci potrà fornire una visione fresca e non troppo compromessa dei nostri progetti.

2) Lo stagista è fresco di laurea, e per questo è il miglior candidato per confrontare i nostri metodi di lavoro con il più generale panorama accademico e dottrinale sull'argomento: potrà, se è il caso, fornire i dovuti approfondimenti e fare le dovute divagazioni. Guardate che non sono puttantate: tutto quello che facciamo, che lo sappiamo o no, sta sempre all'interno di un preciso "panorama", ma questo panorama, spesso, lo ignoriamo perché troppo presi "al tornio", a fare il pezzo. E' bene che qualcuno ce lo illustri.

3) Lo stagista non è ancora invischiato nei nostri giochi politici da quattro soldi e può pertanto valutare in modo più sereno  i progetti e, soprattutto, lanciare delle idee che a noi non verrebbero mai in mente, causa la nostra irrimediabile autocensura. E' un fattore di innovazione involontaria che va sfruttata.

4) Lo stagista ha voglia di lavorare: so che qualcuno potrà sorprendersi di questo, ma chi non ha sulle spalle anni di frustrazioni e tristi compromessi, chi deve mettere alla prova se stesso perché ha qualche cosa da dimostrare, lavora di più, meglio e con più entusiasmo. La cosa migliore per tutti, allora, è assecondare in tutti i modi questa insana pulsione. Poi passerà, ma per il momento perché non approfittarne, visto che ci guadagnano tutti?

5) lo stagista è molto più pronto di me e di voi ad affrontare i casi imprevisti: per lui tutto è nuovo, e quindi affronta le cose con una dose di energia cognitiva adatta a situazioni "di emergenza", cosa che noi facciamo molto più raramente. Coglierà tutti i dettagli, sarà più pronto e, probabilmente, saprà elaborare meglio una soluzione, perché già orientato a risolvere in maniera creativa e divergente i problemi. Vorrei far notare di sfuggita che la vita lavorativa, oggi, non è fatta di compitini da svolgere, ma di emergenze da risolvere.

6) Infine, lo stagista ha un modo interiore, un modo che tiene dentro di se e che è la fotografia della vostra organizzazione. Quando vi fanno una fotografia digitate qual è la cosa che fate immediatamente? Non andate dal fotografo a vedere come siete venuti? Ecco, lo stagista vi ha fatto una foto: approfittatene.


Metteteli alla prova, portateli in riunione, dategli la parola quando potete, chiedete il loro parere, dategli degli obiettivi. Parlate con loro. Cercate di capire che cosa li motiva, che cosa  non gli quadra, che cosa pensano. Lo stagista è il vostro prezioso alleato, il vostro confidente, la vostra cartina di tornasole. E' una persona laureata, intelligente e volenterosa. Buttatelo nella mischia, sommergetelo di lavoro, dategli delle sfide, guardate che cosa combina, provocatelo. Ascoltatelo.

Se userete così questa opportunità ci guadagnrete voi personalmente, ci guadagnerà l'azienda, ci guadagenrà lo stagista. In caso contrario, avremo sprecato un'altra occasione, producendo altri frustrati che giocano a solitario davanti al PC. 

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venerdì, gennaio 27, 2006

Ma tu, sei multi-skilled?

E' sempre divertente leggere gli articoletti di i-drome, quotidiano sull'e-business per le piccole e medie imprese; si possono trovare delle autentiche perle come questa:

"Poiché la nostra azienda continua ad affidarsi su persone multi-skilled, la necessità di collaboration è in rapida crescita", oppure: "La Collaboration è una tecnologia edificante".  Come si dice a Roma: "E mecojoni..."

Peraltro, quando si va a vedere quali siano queste tecnologie di "collaboration" si scopre che, per i direttori finanziari intervistati da Easynet, sono costituite dalla posta elettronica e dalle riunioni faccia a faccia. No, aspetta, forse non ho mica capito: hanno detto proprio cosi? Le riunioni faccia a faccia

Pregevole anche la foto, nel più puro stile business-impegnato-manageriale-patinato-senza-significato.
Ragazzi, complimentoni come sempre. Ma la verità è che la colpa non è mica vostra, che date voce a 'ste "ricerche": semmai è dei direttori finanziari. Eh..

;-)

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lunedì, dicembre 05, 2005

Non vi ci affezionate troppo

Le aziende sono morte, ma ancora non lo sanno, e fanno i business plan come se nulla stesse succedendo. Ma restano dei morti.  Le aziende sono morte e nessun patto con il diavolo, nessun mesmerismo organizzativo potrà resuscitarle. Non fatevi ingannare dei professionisti che parlano al telefono in modo concitato e serio mentre timbrano il cartellino, guardate più in là delle donne con il tailleur e il pc portatile che parlano al telefono sul Pendolino, esaminate in filigrana i consulenti con il vestito nero, la camicia bianca e le scarpe a punta. Andate oltre le pubblicità e il marketing che ci informa che “tutto è intorno a noi”. Provate a leggere in controluce i loro comunicati stampa. Sono tutti morti che camminano.

Le aziende sono morte da tempo, con tutto il loro apparato da guerra. Con le loro piramidi infinite, con le loro cordate, con i loro manager che parlano senza sapere che cosa stanno dicendo sulla pelle di migliaia di persone con un brivido di sudore freddo, con i loro progetti senza capo né coda, con le loro slide, con le loro parole d’ordine che nessuno ha mai seguito, con i loro house organ, i loro comunicati falsi, con i loro capi incompetenti e presuntuosi, con i loro dipendenti di cui si sono sempre fregate, con la loro sensibilità da schiacciasassi, con i loro dirigenti con la quinta elementare che bacchettano i loro collaboratori plurilaureati, con il loro tran tran che poco a poco ti svuota dentro, con la loro arroganza, con la loro viltà, con la paura folle che governa tutte le loro scelte, con la loro ipocrisia che ci contamina tutti, con i loro talenti che scappano, con i loro mediocri che invece restano, con i loro impiegati che resistono, con i loro aspiranti manager che aspirano senza respirare. Con la loro impunità.  Con la loro incapacità genetica di sviluppare il meglio di ciascuno di noi. Con le loro procedure, con i loro riti stanchi, con le loro ricorrenze stantie, con la loro meschinità, la loro disgustosa prudenza, con il loro invischiarsi, con il loro invischiarci. Con il loro infischiarsene, con la loro folle corsa al ribasso, con il loro linguaggio ottocentesco, con i loro sprechi, la loro miope e tristissima visione d’insieme, con la loro ideologia disgustosa, con il loro “orientamento al cliente” che non hanno mai voluto conoscere, con la loro “trasparenza” che si guardano bene dal praticare, con la loro “velocità” e “efficienza” di cui si infischiano.

Tra vent’anni al massimo tutto questo non esisterà più. Ma non li sentite gli scricchiolii, non avvertite gli spifferi dai quali sta entrando quel vento gelido che si chiama di volta in volta lavoro immateriale, rete, economia cognitiva, gestione dinamica della conoscenza e soprattutto quella cosa che si chiama mercato, così dannatamente distante dal fantasma immaginato nelle stanze dei bottoni che governano questi dinosauri che si chiamano aziende. Ma non sentite il lamento di decine, di centinaia di migliaia, di milioni di persone che sono stufe di essere trattate come minorati mentali, che vogliono decidere, che vogliono mettersi in gioco,  che vogliono fare, finalmente, le cose come vanno fatte?

So a che cosa state pensando: ma come faremmo senza le aziende? Chi ci darà tutti i prodotti e i servizi che ci allietano la vita tutti i giorni? Come faremo a sopravvivere senza un sistema di produzione? Pensateci un po’ su: tutto questo oggi esiste nonostante le aziende e non grazie ad esse. L’innovazione e la capacità di produrre qualche cosa di nuovo non nascono dentro le aziende: si insinuano, semplicemente, nelle loro maglie. Sono in realtà dei sottoprodotti  di un prodotto principale che si chiama autoconservazione,  ogni giorno sempre più difficile.

No, non resisteranno, non c’è alcun motivo plausibile che giustifichi la persistenza di un dispositivo che produce così tanta insoddisfazione all’interno e così tanta inefficienza all’esterno.
Le aziende moriranno: se ne andranno così, semplicemente, senza clamore, come una cosa naturale. Si scioglieranno come neve al sole e a noi rimarrà solo il  vago ricordo della loro patetica  presenza. Ci ricorderemo di loro come di una coda in autostrada: oppressiva e senza scampo finché ci siamo dentro, assolutamente inutile e gratuita una volta sciolta.

Non possiamo sapere che cosa le sostituirà: forse qualche forma di cooperazione locale, forse un mondo di liberi professionisti collegati tra di loro, forse il ritorno a qualche forma di artigianato diffuso. Quello che so è che qualsiasi forma prenderà il lavoro quando avremo seppellito questi mostri produttori di infelicità e frustrazione sarà dominato dalla passione, dal sogno, dal gioco, dalla cooperazione, dalla voglia di fare qualche cosa di buono e dal desiderio di essere padroni del nostro sapere.

Quello che so è che le aziende, queste aziende, sono un prodotto umano, che ha avuto un inizio e avrà una fine. Le aziende non sono la migliore delle organizzazioni possibili, e mai come oggi si sente il bisogno di una nuova utopia capace di immaginare che cosa accadrà.

Non sappiamo quando, non sappiamo in che modo, ma accadrà.

 

P.S. Per qualche mistica ragione, parte della discussione su questo post si è svolta qui. Siccome sappiamo che in Rete il testo è formato da: testo + link + arricchimenti + discussioni, lo riporto per completezza.

postato da 02068449 | 16:33 | commenti (7)
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venerdì, luglio 15, 2005

Divagazioni sul due di picche

La ragazza del due di picche non ride mai, e nessuno l'ha mai vista piangere. Però sa sorridere. Come una Gioconda, ci guarda in modo enigmatico e resta - spinozianamente - in ascolto del Mondo intero, mentre annuisce leggermente con la testa, in modo molto composto. La ragazza del due di picche è molto, molto, composta. E ci ascolta parlare, tra una telefonata e l'altra, facendoci domande appropriate.

Volenterosa ma distante, con un appena accennato senso dell'ironia, ci lascia soltanto intuire una qualche profondità d'animo, che mai darà alla luce quache cosa di più di un vago assenso alle nostre sudate cavalcate interiori. Solo per educazione prova a lasciaris contagiare dai nostri entusiasmi terrestri, che in breve tempo riesce da trasformare in poveri giochi per minorati mentali. Una volta liquidati e ridotti alla loro nudità può appropriarsene, rendendoli parte del suo mondo, un mondo inabitabile per chiunque altro.

Generalmente conformista e scarsamente interessata a ciò che la circonda, la ragazza del due di picche non esprime alcun vero talento, né alcuna genuina passione, ad eccezione di una sorta di “capacità di assorbimento” che è la sua unica, autentica inclinazione.

La ragazza del due di picche sogna l’ultimo moicano e generalmente sposa un commercialista. Nel frattempo, vive in una terra di mezzo scossa da continui movimenti tellurici, che poco alla volta radono al suolo ogni cosa. La donna del due di picche desidera un uomo deciso. Ma non troppo. Ama i cuccioli, le tenerezze, l’acqua minerale non gasata, le bancarelle. Non si veste in modo vistoso. Non ha desideri, se non quello di essere eternamente desiderata. Qualunque persona sana di mente intuirebbe, in questa posizione, una sorta di inferno esistenziale. Tuttavia, questa condizione di perenne insoddisfazione, di totale e a mala pena trattenuta instabilità viene attribuita, dalla donna del due di picche, ad una sorta di fatalità naturale, legata ad apocalittici episodi del suo passato che, la rendono, a suo dire, incapace di amare veramente.

Nel contempo, però, la ragazza del due di picche sfodera un imperturbabile e angelico visino, con il quale viene a cercarci come un animale ferito. Ha continuamente bisogno di essere protetta, stabilendo in questo modo la sua superiorità su di noi. Questa protezione serve, alla ragazza del due di picche, per trovare la forza di condividere con noi tutti i suoi drammi, come quello di non sapere chi ella sia veramente. Nel frattempo si concede, ampiamente ma con circospezione, a persone che non hanno la minima idea di che cosa le passi per la testa, cosa della quale la ragazza del due di picche è contenta.

La ragazza del due di picche è, ovviamente, troppo distante da se stessa per poter essere avvicinata da chicchessia: in questo le nuove tecnologie vengono in aiuto della ragazza del due di picche. Grazie a mail, messaging ed sms è in grado di conservare semi-rapporti per un tempo indefinito. Come Penelope, imbastisce e distrugge storie nel giro di una giornata a colpi di emoticons, puntini di sospensione e punti esclamativi. Scatena tempeste, allevia ferite, racconta bugie e si muove enigmaticamente come in un teatro dell’assurdo. Nel momento in cui nessuno degli attori in scena è più in grado di capire come stiano le cose è arrivato, per la ragazza del due di picche, il momento di una nuova avventura.

Il più delle volte è frigida.  

 

 

 

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mercoledì, aprile 20, 2005

Tra il dire e il fare c'è di mezzo il motore

La lettura delle novità pubblicate su Portalino.it mi provoca sempre una certa ilarità, unita ad un sano scetticismo illuminista. In genere sI parla di strepitose innovazioni nel settore bancario, e questa è volta della intranet di Unicredit.   Sintesi dell'articolo: prima in Unicredit c'era un gran casino fatto di undernet disomogenee con contenuti scadenti e assolutamente inutili. Poi, dopo che si sono fatti il mazzo così per un anno intero (si presume nel 1998-99) e dopo che il management ha mosso le chiappe e aprerto il portafogli, ecco che arriva il superPortale con il framework comune, le applicazioni personalizzate e l'approccio strategico (leggi: prima si usava solo come accessorio e adesso invece è un supporto all'attività.)

Ok, vediamo. Io, casualmente, sono un cliente Unicredit: un giorno dell'anno scorso (a megaportalone avviato) vado in banca per accendere un nuovo conto corrente: il consulente, persona cortese, paziente e anche competente mi spiega che c'è opzione "giusta" per me (leggi: correntista sfigato). Basta scaricare il modulo con le condizioni e firmarlo. Ok, e allora vediamo 'ste condizioni. Vedo che Il consulente si attacca alla intranet (sezione tipo "contattualistica") e comincia a navigare: e naviga di qua, e naviga di là, e poi torna indietro, e poi cambia categoria.
Conversazione:

- io: ehm è la vostra intranet?
- Lui: si
- Io: e..come va, come va?
- Lui: mah, abbastanza bene
- Io: Ma il modulo non si trova...
- Lui: eh, si. Però, aspetti, mi ricordo che era, dunque...vado qua...(pensiero mio: sta dando la colpa a se stesso e non al sistema)

Dopo 5 minuti 

- Io: perché non prova con il motore di ricerca? (n.b. piazzato al centro in bella evidenza)
- Lui: ah, no non si trova mai nulla, ma..aspetti (finalmente trova il modulo e lo stampa)

Domanda: Questo è l'approccio strategico? E se non fosse stato strategico cosa sarebbe successo? Pernacchie?

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martedì, marzo 29, 2005

Proprio come Frankie... 

Ebbene sì: dopo mille peripezie il mio Rap dedicato alle aziende è finalmente una realtà. Più corrosivo di Frankie HI. nrg (massimo rispetto per il più grande...), più trasgressivo dei Pubblic Enemy, più cool di Eminem è ora disponibile, da scaricare, la versione finale di "Professionista Rap" (3,8 mega, da scaricare qui.

Il rap è frutto della collaborazione del sottoscritto (per i testi) e di un giovane rapper della scena romana, ovvero Giacomo Bevilacqua, in arte Keison, per la musica e l'esecuzione. Sono molto molto soddisfatto: aspetto pareri. Ecco il testo del rap, nella sua versione definitiva. 

Professionista rap
Testo: Giacomo Mason
Musica: Keison
Esecuzione: Keison

C’è chi mi chiama carrierista, arraffone, opportunista. Arrivista. Corro come un pazzo nella pista, la laurea due master lo sguardo che conquista. Vi basta o non vi basta? No, non è mai abbastanza.Sono quello che sa, a viver come si fa, sono quello che va ma non sa dove va. Sono quello che in riunione fa il cretino, fa battute da bambino, intelligente vinco sempre a Sapientino.
Sono un professionista, votato alla causa, del salto con l’asta del gioco di squadra del manager tosto che tutto sovrasta e della vincente proposta, purché sia espressa in maniera composta. In maniera composta. Sono saliente, tagliente, opportuno e coerente, la pacca la dò al sottopanza potente. Non per niente sono edonista, ottimista, moderato qualunquista credo di meritare qualsiasi conquista. Ironia, gogliardia, la paura va via, se parliamo di gnocca io ho da dire la mia Trasformo i problemi in soluzioni, vado alle riunioni per domare i miei leoni con discorsi polpettoni.

Sono quello più quotato, sono stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista.
Sono un professionista.

Zen, ginsen, palestra for men, tai chin chuan fit for fun e pure men’s healt. Quando parlo dei miei viaggi senza limite sarai tu il primo ebete ad ascoltarli tutti dall’inizio al termine. Sono una mina vagante, sotto i piedi del cliente formulo slogan dal niente che poi ripeto sapiente durante riunioni pesanti. Sono colui che sa due cose e si diverte a ripeterle ai tanti. Rosari aziendali, polpettoni senza storia, mi basta saperli a memoria per fare una porca figura. Applicarli è secondario, sono io che guido il gioco, qui non serve aver cervello e nemmeno aver studiato

Sono quello più quotato, sono stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista.
Sono un professionista.

Rotola la mia esistenza vissuta con prudenza, i giorni passano nella mia casa, la mia azienda. Vivo, con tutti convivo, anzi coabito. “Dalla a me la pratica!”, (tanto domani è sabato) Credo alla mission, vedo la vision, se vado in depression mi infilo in convention. E lì ci resto. Vivo senza gioia né dolore tra le pieghe delle ore non mi faccio mai distrarre del rumore Ecco, lo sento, il mio capo è contento, forse ha corretto le bozze del mio documento. Il progetto, i valori, gli obiettivi, la posa, giustifico col mutuo il mio pensiero che riposa.

Sono quello più quotato, sono stato nominato
in lista coi papabili per il pontificato
non voglio portar sfiga, ma sono nella lista…
sono un professionista.
Sono un professionista.

Rip.

Sono un professionista sono
Sono un professionista
Sono un professionista sono
Professionista

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sabato, ottobre 30, 2004

Note a margine della facoltà di scienze della comunicazione (post provocatorio) 

 

Io non so se gli studenti del corso di laurea che prende il nome, ridicolo e altisonante, di Scienze della Comunicazione (disciplina relativamente nuova nello stravagante panorama di studi del nostro Paese, che si associa ad altre, ancora più bizzarre iniziative accademiche, valga per tutte l’esotico corso di laurea in “comunicazione nella società della globalizzazione”, erogato dalla sempre intraprendente Roma 3) ecco, io non so se questi studenti siano persone felici e soddisfatte. Va bene, forse la felicità non esiste, ma generalmente si prova quantomeno un senso di intima soddisfazione nel vedere un proprio percorso svilupparsi, anche se in mezzo a mille